Kenneth Barish, psicologo clinico del Weill Cornell Medicine e autore del libro The Art and Science of Parenting and Grandparenting, ha dedicato quarant’anni di lavoro clinico a capire cosa rende i bambini emotivamente sani. La sua conclusione è sorprendentemente semplice: i bambini hanno bisogno dei nonni. 

Perché i nonni contano più che mai

«Non ci siamo evoluti per crescere i figli con così poco supporto da parte della famiglia allargata», spiega Barish. «I bambini hanno bisogno dei nonni e lo hanno sempre avuto». Il problema è che nelle ultime decadi le famiglie si sono progressivamente frammentate. I nonni vivono lontano, il tempo è sempre poco, le giornate sono dense di impegni. Questo vuoto, sostiene lo psicologo, ha contribuito ad alimentare la crisi di salute mentale che stiamo osservando tra le giovani generazioni.

I nonni offrono qualcosa che i genitori — per quanto presenti e amorevoli — non sempre riescono a dare: tempo senza agenda, ascolto senza giudizio, presenza senza aspettative. Non devono preoccuparsi dei voti, degli orari, delle valutazioni scolastiche. Possono semplicemente accompagnare nella crescita con la loro presenza.

Barish usa un’espressione bellissima per descrivere quello che i nonni trasmettono ai nipoti: «molecole di salute emotiva». Piccoli gesti quotidiani — una parola di incoraggiamento, un momento di attenzione genuina, una risata condivisa — che si accumulano nel tempo e costruiscono quello che lui chiama il «sistema immunitario emotivo» del bambino. «La cosa più importante di cui i bambini hanno bisogno è qualcuno che li ascolti», spiega lo psicologo. «Qualcuno che li faccia sentire meno soli. Qualcuno che insegni loro che i problemi si possono risolvere, le relazioni si possono riparare e i brutti sentimenti non durano per sempre. Questa certezza è la migliore protezione contro le difficoltà emotive che incontreranno nella vita».

Uno dei punti più interessanti della ricerca di Barish riguarda un errore che molti adulti commettono senza rendersene conto: criticare troppo. «Il problema più comune che vedo nel mio lavoro con le famiglie non è la troppa lode, ma la troppa critica», afferma Barish. «La critica frequente non motiva i bambini a impegnarsi di più. Al contrario, genera risentimento, mina la fiducia in se stessi e spegne la voglia di provare». La soluzione non è non correggere mai, ma concentrarsi sullo sforzo piuttosto che sul risultato. Un approccio che la psicologa Carol Dweck ha definito «growth mindset»: lodare il processo, non il talento. Lodare l’impegno, non il voto.

Barish individua anche una tendenza culturale preoccupante: la pressione eccessiva sul successo individuale a discapito dei valori relazionali. «In molte famiglie la preoccupazione per i risultati ha eroso i valori della gentilezza e della cura», spiega. La ricerca mostra che questa pressione è associata a tassi più elevati di ansia, depressione e difficoltà relazionali nei bambini. L’alternativa? Aiutare i bambini a sviluppare un senso di scopo che vada oltre i propri risultati personali, attraverso la cura degli altri, il volontariato, la conversazione quotidiana su valori come l’empatia e la gentilezza.

E i nonni, in tutto questo, hanno un ruolo fondamentale. Sono quelli che rallentano. Che raccontano storie. Che insegnano, senza dircelo esplicitamente, che il valore di una persona non si misura in pagelle e premi. Che ci sono cose più importanti. (Corriere della sera)